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Traversata Becco - Salone Maranesi: Istruzioni per l'uso

Becco - Salone Manaresi: Lungo la traversata lunga

Scheda d’armo

L’unico pozzo da armare è quello immediatamente all’ingresso, il resto è tutto armato con corde fisse in buono stato. Il pozzo è attrezzato con tasselli chimici, per cui sono necessari solamente 7 moschettoni:
- 2 due al primo attacco,
- 1 frazionamento due metri sotto,
- 1 ennesimo frazionamento alla base visibile del saltino (circa 8-10 metri), subito appena si imbocca lo scivolo basso, guardando sul lato sinistro del soffitto,
- 1 circa 5 metri più avanti, dove lo scivolo torna ad allargarsi che si butta su un saltino (l’attacco è sulla parete a sx guardando il salto, posto un po’ in alto,
- 2 sulla verticale del tiro da 40


Con un po’ di accortezza si scende anche con una 60 (senza doppiare il primo attacco e disfacendo il nodo in fondo alla corda si atterra abbastanza agevolmente su un balconcino a 2,5 metri da terra, da cui si scende comodamente in libera. Per sicurezza maggiore sicurezza e comodità si può comunque attrezzare il pozzo con una 65, meglio 70, o in alternativa con due spezzoni di corda, utilizzando il più corto per i primi frazionamenti. (ad es. una 30 e una 40).


NOTA PER LA TRAVERESATA: Al 2011 risultava tolta (perché si lesionava spesso) la corda fissa che, permetteva di scendere dalla galleria Derzu nel salone Nostradamus (P28). Alla data attuale (Ottobre 2013) la corda risulta ripristinata, ad ogni modo consigliamo di portarsi dietro una 60 (o due 30) per un eventuale armo in doppia.

Descrizione dell'itinerario percorso

La via è abbastanza ben segnalata con frecce catarifrangenti per la prima parte del percorso, mentre omini e frecce nere sono presenti lungo tutto il percorso. Quando vi assale qualche dubbio, seguite la via più ovvia.
Il piccolo ingresso, sormontato da 3 massi incastrati, precede di pochi metri il primo pozzo (saltino, ripido scivolo e notevole verticale nel vuoto di una quarantina di metri). Alla base scendiamo nel ripido pendio di grossi detriti ed enormi macigni (evitare, prestando attenzione alcuni sprofondamenti, tra cui uno che porta la scritta GSV) fino alla zona più bassa e distante, dove troviamo l'imbocco, con armo inviolabile abbastanza esposto, di un bel P30. Sotto, nei pressi del punto d'arrivo, un bucanotto ci consente di entrare in uno scomodo meandrino che cala rapidamente. Ai piedi di un saltino da 3 metri risaliamo in libera di un metro verso una finestra che si apre davanti, ignorando invece la via più ovvia che indurrebbe a infilarsi in un buco più basso. Usciamo in un ambiente più largo, un quadrivio di rami, recante, in modo abbastanza evidente, il caposaldo 73. Al ritorno l’imbocco del cunicolo da cui siamo arrivati non è ovvio, ma è ben segnalato da una freccetta catarifrangente rossa. La galleria che si apre sulla continua subito dopo su un pozzo, ma la via per il Meinz continua invece lungo il pendio che si staglia davanti al caposaldo, segnalato con tanto di frecciona e omino.
Ignoriamo, quindi la galleria e scendiamo lungo il pendio tenendo sempre la sinistra; presto le dimensioni calano, e mentre le frecce suggeriscono di scendere infilandoci nello stretto, la via più comoda resta ancora sulla sinistra fino a sbucare nuovamente in un ambiente più largo. Continuiamo a scendere e sul fondo seguiamo l’unica via sulla destra, dalla quale ad un certo punto delle frecce suggeriscono di risalire un metro
e imboccare una finestra sulla sinistra (c’è anche un buco che scende, da ignorare). Arriviamo quindi ad un nuovo bivio: sulla parete una "F" (Farolfi?) nera indica il comodo cunicolo a destra, mentre una "V" o "U" (Valinor?) dello stesso colore di tenersi a sinistra, cosa che facciamo noi. È il bivio da cui il ramo A del becco si separa dal ramo B (noi percorreremo quest’ultimo).
Continuiamo a scendere e presto entriamo in una seconda, bassa camera: la via è un po’ caotica per l’irregolarità del fondo e delle pareti, ma la via da seguire è sempre quella più larga ed agevole. Arriviamo finalmente a un incrocio importante con chiarissime indicazioni verniciate sulle pareti: il caposaldo 72. La grande galleria a destra porta verso il Farolfi, mentre quella a sinistra condurrà noi verso il salone Meinz.
Ora è molto più semplice progredire verso la nostra meta: il condotto è ampio, occorre aggirare un primo, rilevante sprofondamento (traverso con corde fisse) vicino al quale, dall'alto, sbuca il ramo A del Becco, e tenersi in quota quando ne appariranno altri, meno insidiosi, sulla sinistra. Camminiamo a lungo in quello che si chiama Corno Destro, giungiamo ad un primo punto di intersezione con il Nodo dell’Om, segnalato da una scritta nerofumo sulla parete sinistra della galleria e relativa freccia. Siamo in prossimità del caposaldo 65. Ignoriamo il bivio e continuiamo sempre lungo la galleria, guidati da freccette, una progressione di numeri via via decrescenti (probabili punti di rilievo), segni vari e impronte fino al vecchio campo base. Del campo non resta che una tenda (un telo termico sospeso su un filo) in prossimità di un nuovo buco sempre sul lato sinistro della galleria armato con una corda rossa e qualche scritta nerofumo. Siamo al caposaldo 64, nonché storico punto di arrivo dal Fighiera. Proseguiamo in salita sempre lungo la galleria. Pochi metri più avanti la galleria piega a sinistra, mentre sulla destra una corda sale su una finestra. Noi continuiamo sulla sinistra.
Dopo un passaggio a strisciare sotto un grande blocco a sinistra con una scritta goliardica sul lato opposto, scendiamo sempre sulla sinistra, seguendo omini e frecce su una galleria discendente ampia, ma comunque molto agevole. Ignoriamo l’apertura che sulla destra conduce al ramo di Minosse e ci troviamo ad un bivio: sulla sinistra il pozzo dell’Asino, mentre una scritta MEINZ ci guida sulla destra. Siamo al caposaldo 60 (proprio al centro del bivio, ma si nota più al ritorno che all’andata). Una decina di metri più avanti la galleria inizia a risalire, mentre un grosso sfondamento si apre alla nostra sinistra. Abbandoniamo la galleria in favore dello sfondamento (omini e catarifrangente) e pochi metri più in là l’eco del salone Meinz lascia presagire la vastità della sala.
Scendiamo il pozzo (P20) e attraversiamo per intero il salone fino alla parete di fronte. Dietro l’angolo sinistro della parete una fessura nasconde una risalita di una quindicina di metri, che conduce ad un balconcino sul salone. Da qui un traverso ci porta ad una finestra. Una nuova corda ci invita a scendere in una nuova saletta e proseguiamo nuovamente in salita, questa volta in libera, sui grossi massi di frana davanti a noi. La galleria si affaccia sul Pozzo dei Titani, storico punto di congiunzione tra l’Abisso Fighierà e l’antro del Corchia. Seguiamo le corde su un terrazzino alla sinistra del pozzo, e subito dopo su un saliscendi che ci riporta in cima al pozzo stesso. Scendiamo in libera un saltino di un paio di metri che dà su una piccola saletta, qui seguiamo la freccia nera in un passaggio da fare strisciando, quindi a destra a seguire delle frecce catarifrangenti. Siamo al caposaldo 58.
Mantenendo la stessa direzione di arrivo e facciamoci largo tra i massi, rimanendo in quota (una freccia sembra suggerire di scendere, ma il passaggio è alla stessa quota. Segue una galleria concrezionata, la Galleria Derzu, (catarifrangenti) che va percorsa per intero. Ad un certo punto della galleria una corda ci permette di superare un salto della galleria e ci riporta alla sua base. La galleria finisce con un traverso un po’ aereo su un pozzo di 28 metri. Ignoriamo il fatto che il traverso continua oltre il pozzo e scendiamo questa bella verticale su tiro unico. Giriamo le spalle alla parete da cui siamo scesi ed alla nostra sinistra una corda di circa 5 metri ci immette sul salone Nostradamus.
Teniamoci sempre sulla sinistra ed aggiriamo i grossi massi che occupano il centro della sala quindi scendiamo sulla parte più bassa del salone (prima di scendere incontriamo una corda vecchia che sale, ignoriamola). Alla base il salone curva a sinistra. Qui c’è l’ultimo catarifrangente del percorso, questa volta rosso ad indicare la direzione contraria a quella che stiamo percorrendo. Poco più avanti la galleria continua su un muro di massi, ma delle frecce ci invitano a scendere sulla destra tra dei grossi blocchi di frana e ci guidano dentro la frana, prima a sinistra, poi a destra, fino ad una nuova corda che scende su un pozzo appoggiato di circa 15 metri (la corda potrebbe essere corta per via di un isolamento di lezione a pochi metri dalla base). Alla sua base una freccia ci guida di nuovo a sinistra nello stretto e di nuovo a sinistra carponi. Il passaggio si apre su una nuova galleria da risalire su dei grossi massi bianchi che dà su una saletta (sulla parete di fronte il caposaldo 56, in mezzo a scritte nerofumo). La via continua a destra indicata da due omini e una freccia, oltre che da una cospicua corrente d’aria.
Superiamo i grossi massi dalla destra e proseguiamo lungo la galleria, poi lungo il traverso a sinistra e quindi guadagniamo la base della galleria con una corda fissa che finisce a mezz’aria (niente paura, il pezzo rimanente e facilmente superabile in disarrampicata). Quindi continuiamo a seguire le frecce lungo la galleria. Altra calata e siamo in una nuova sala di frana. Ormai siamo a Valinor. Seguiamo i numerosi omini e frecce in su e in giù sui massi, ma sempre dritto. Sulla parete di fronte una galleria discendente più bassa si aspre sotto la scritta “I LOVE CORCHIA” (con il cuoricino). La galleria è attrezzata con un traverso sulla destra. Poco più avanti ne comprendiamo il motivo: è il traverso che bypassa il pozzo Kilimangiaro. Pochi metri e siamo alla tenda rossa: il punto ideale per una sosta ristoratrice.
Continuiamo lungo la galleria in discesa e subito a sinistra ignorando il traverso sulla destra. Da qui la via è abbastanza obbligata ed è difficile sbagliare. Seguiamo le corde lungo piccoli saltini fino all’acqua annunciata dal suono dello stillicidio sui contenitori di metallo per la sua raccolta. Continuiamo lungo il meandro. Più avanti incontriamo un saltino di un paio di metri da fare in libera. La soluzione più saggia e superarlo sfruttando il buco che apre dalla vaschetta sotto i nostri piedi e superandolo quindi dal basso. Subito dopo un altro passaggio non banale tra grandi massi, con l’ausilio di una fettuccia annodata. Non è alto, ma l’impressione è comunque quella di non sentire la terra sotto i piedi. Se teniamo i piedi a sinistra, e diamo la destra alla fettuccia troviamo un buon appoggio fino a che non sbuchiamo con la testa sotto il buco. Altro saltino su corda e poi a sinistra, di nuovo lungo il meandro fino a sbucare su una saletta marchiata con un punto dentro un cerchio in parete.
Continuiamo di fronte a destra, risalendo un poco. Segue un intreccio di corde, la prima da affrontare con sole longes. Subito dopo troviamo uno scivolo da fare in libera e una doppia curva, la prima della quale a destra. Segue una corda fino al caposaldo 53, poi a destra (frecce). Arriviamo ad un incrocio apparentemente labirintico con due frecce unite, una verso destra e una verso sinistra. Scendiamo a destra sotto un grande masso in disarrampicata e continuiamo carponi sotto i massi. Poco più avanti incontriamo una corda che sale su un terrazzino e riscende subito dopo dentro una marmitta (discesa-traverso-discesa). Risaliamo tra i massi, mantenendo la sinistra, poi seguiamo la freccia più bassa; nuovo traverso e un’ultima discesa-salita dentro una finestra. Qui strisciamo per qualche metro e ritorniamo a sentire il rumore dell’acqua. È la cascata che si butta sul pozzo del Pendolo.
La corda termina su una finestra in fessura sulla destra, da superare al primo colpo per rimanere il meno possibile sotto l’acqua. Una volta dentro assicuriamoci al traverso in fessura e addentriamoci dentro di questa. Finita la corda teniamoci a sinistra, su un balconcino, quindi di nuovo in fessura su un nuovo traverso che termina al caposaldo 51. Risalita su corda con facili appigli e ora la parete che si trova di fronte a noi è l’unica cosa che ci separa dal Manaresi. Risaliamo anche questa parete, traverso, ennesima risalita e siamo sulla finestra che affaccia sul Manaresi. Da qui la strada la sapete! Ultimo ostacolo: un nodo a mezz’aria sulla corda di discesa al salone.
Tempi di Percorrenza
Dall’ingresso del Becco, tenendo conto di armo e disarmo, si arriva al salone Meinz in 2:30 - 3:30 ore e da qui la tenda rossa è raggiungibile in 4 - 4:30 ore. Dalla tenda il Manaresi è raggiungibile in 2-3 ore. In totale contate circa 16 ore dall’ingresso all’uscita, considerando pure un paio di ore di sosta alla tenda.
I tempi di percorrenza dipendono fortemente dal numero di componenti del gruppo e dalle capacità di progressione di ciascuno. In ogni caso la prima parte del percorso non presenta grosse difficoltà tecniche, mentre risulta più tecnico e faticoso il tratto che dalla tenda rossa conduce al salone Manaresi per la presenza di un discreto numero di passaggi in disarrapicata e progressione in meandro. Tenete comunque presente che se la squadra è esigua i tempi possono ridursi ulteriormente.